La saga dei librai analfabeti

In pochi passi si va dal Borgo Feltrinelli a Piazza Angelo Rizzoli, magari passando per via Tiziano Barbieri, se si vuole fare un salto nell’unico albergo-ristorante; ma c’è la possibilità di andare a bussare a qualche accogliente cantina d’amici in piazza Mimma Mondadori o di prendere il fresco sul viale Luigi Einaudi, che a ben vedere è insieme alla piazza della Repubblica, l’unica eccezione in questo paese sparso tra i castagni dell’Appennino tosco-emiliano, dove tutte le (poche) vie sono rigorosamente dedicate a editori italiani.

Si chiama Montereggio, e almeno per le sue vie è unico al mondo: un borgo medievale in gran parte ristrutturato, tra le cui case di pietra grigia è nato il commercio ambulante dei libri in Italia. Per una di quelle strane derive della storia, un pugno di montanari assolutamente analfabeti cominciarono, probabilmente già a partire dal ‘500, ad andarsi a cercare il pane portando nella gerla quelle misteriose carte di cui non sapevano quasi nulla, se non che potevano trovare acquirenti.

Nel centro più importante della zona, Pontremoli, c’era sempre a quell’epoca una fiera dove sicuramente si commerciavano molti volumi; nel testamento di Erasmo Viotto, che aveva bottega a Parma, è indicato un elenco di libri “i quali sono a Pontremoli lasciati per l’occasion della fiera”. Era il 1611.
Da allora la storia ha subito accelerazioni e cambiamenti di rotta. Ma non quella dei montanari che vivevano di libri: loro hanno continuato tesdarmante, si sono fatti arrestare e sequestrare le gerle durante il Risorgimento, e con lo Stato unitario hanno cominciato ad aprire librerie in tutta Italia, senza mai dimenticare la comune origine: ancora adesso sono legati in un’associazione che si chiama appunto “Librai Pontremolesi”, ed è tra i creatori del premio Bancarella. Pontremoli e Montereggio hanno i loro giorni di gloria a luglio, quando il premio viene assegnato tra cerimonie ufficiali in città e vagabondaggi, feste e banchetti improssvisati sotto le volte di pietra.

Ma la spinta che ha silenziosamente agito nei secoli, quella resta un piccolo mistero, e si sottrae anche all’atmosfera eccitata del premio.
Cerchiamo di avvicinarla con il professor Giuseppe Benelli, docente di filosofia all’Università di Genova e assessore alla cultura di Pontremoli, che sta studiando un fenomenole cui origini, ammette, sono ancora da chiarire”.

Non ci sono dubbi che la Lunigiana, la valle di Pontremoli e di Montereggio è dal XV secolo sede di biblioteche anche importanti.
Fiorirono grandi stampatori, uno tra tanti Jacopo da Sizzano. L’emigrazione dei montereggini è però ben documentata solo dal secolo scorso. A partire dall’età napoleonica quei montanari che figuravano, sui documenti, come “venditori di pietre e altre coserelle” si fecero via via più audaci e arrivarono dovunque. I loro nomi del primo ‘800, trascritti negli atti dei municipi di Pontremoli o di Mulazzo (il comune di cui fa parte Montereggio) sono già quelli oggi famigliari perché appartengono alle maggiori librerie delle grandi e medie città: Lazzarelli a Novara, Rinfreschi a Bolzano, Piacenza, Pistoia, Genova; Ghelfi a Verona e in almeno altri dieci centri; Giovannacci da Milano a Courmayeur; Fogola a Torino, l’Aquila, Ancona, Genova, Pisa; Tarantola a la Spezia, Modena, Udine, senza contare quelli all’estero.

C’è poi il capitolo degli editori: da Emanuele Maucci, che fece della casa editrice da lui fondata a Barcellona la più importante di Spagna tra la fine dell’800 e i primi decenni di questo secolo, a Luigi Maucci che costituì analoga impresa in Argentina, per non parlare delle piccole e medie editrici di qualità sorte in Italia (come ad esempio la torinese Fogola). Ma detto questo, l’enigma rimane. Che cosa abbia messo una gerla sulle spalle ai primi montereggini è evidente: il bisogno.

Che cosa però l’abbia riempita di libri, lunari, almanacchi e immaginette sacre, e non di filati e tessuti come accadde agli ambulanti di un paese vicino è uno dei bei misteri che affollano queste vicende di creatività fantasia, popolate spesso da utopisti e visionari, da gente che senza rendersene conto si metteva in un’impresa “impossibile”, e ce la faceva. Certo è che la comune origine non è mai stata dimenticata, anzi.

E al di là del premio Bancarella, la saga dei librai (ex) ambulanti è rappresentata bene proprio dalla storia più recente della loro culla, da Montereggio come è oggi. In quel paese tutti sono tornati, per rimettere le pietre a posto, rifare le case, ricostruire un passato quasi mitologico, organizzare manifestazioni culturali, “maggiolate” di tradizione toscana (siamo in provincia di Massa, anche se il duro dialetto appenninico a tutto fa pensare fuorché al toscano), riti del cibo, del vino e della memoria. A mano a mano che il borgo rinasceva, hanno cominciato a dedicare le strade agli editori italiani: i santi laici, e i loro fornitori.

A chi altri, se no?